“Overdose dopaminica”
“Overdose dopaminica” non è una condizione clinica ma l’espressione che mi sembrava racchiudere meglio un deficit della dopamina cui tutti siamo sottoposti in quanto immersi nella frenetica e iperstimolante società di oggi.
Siamo spinti alla ricerca sforsennata di piacere, ovvero all’evitamento diabolico del dolore. Per accorgercene dovremmo tutti per un attimo scollegarci dal meccanismo del ‘tutto e subito’, certo attraversando l’astinenza, come unica via per porre una pausa all’ escalation del piacere.
Pausa-limite. La sola in grado di mantenere il piacere ‘tale’, senza sconfinare nelle dipendenze…
Alcuni ricercatori hanno provato quanto l’esposizione a prodotti che favoriscono un elevato rilascio di dopamina interferisca con la nostra capacità di procrastinare la gratificazione: un fenomeno che prende il nome di delay discounting. Gli studi dimostrano che oggigiorno si da più valore a scelte che portano ad una soddisfazione immediata e sicura delle proprie necessità, anche se potenzialmente meno vantaggiose, piuttosto che a soddisfazioni più proficue ma posticipate nel tempo. O meglio, si tenderebbe a svalutare tanto una ricompensa quanto più viene rimandata nel tempo.
In tal senso, quando prevale il bisogno di una soddisfazione immediata le aree cerebrali che costituiscono il circuito della ricompensa risulterebbero le vie preferenziali rispetto alle aree della corteccia prefrontale, responsabili di un processo più accurato fatto di progettazione, decisione, controllo, risoluzione dei problemi.
L’essere sovraesposti a numerosi stimoli appetibili in modo veloce e ripetitivo e la tendenza a rispondere a tale caratteristica attrattiva, incrementa il rilascio di dopamina nel circuito della ricompensa; e più dopamina significa maggiore motivazione e ricerca della ricompensa stessa, elementi alla base dell’istaurarsi di una dipendenza.
Semplificando, possiamo dire che la ‘dipendenza’ è la ricerca incessante di piacere-dopamina e che gli ‘oggetti della dipendenza’ sono proprio quegli oggetti o comportamenti che rispondono alla richiesta di una gratificazione immediata.
Tuttavia, la ricerca sconfinata di piacere a lungo andare genera dolore.
A livello cerebrale, i centri deputati all’elaborazione del piacere e del dolore sono sovrapposti e si influenzano a vicenda secondo un moto che tende a mantenere un equilibrio. In altre parole, la funzione del cervello è quella di mantenere in equilibrio piacere e dolore che possiamo immaginare come le due estremità opposte e contrarie di una bilancia.
Questo vuol dire che tendiamo rapidamente ad autoregolare la percezione di uno squilibrio verso l’una o l’altra sensazione affinché ritorni al più presto l’equilibrio.
Che cosa succede allora sotto l’influsso di stimoli attrattivi e piacevoli? Tendenzialmente si produrrà più dopamina e si tenderà a ripetere quell’esperienza piacevole, nella misura in cui è stata in grado di far pendere la bilancia proprio sul piacere. Il piacere sarà tanto maggiore quanto più rapido sarà l’attivazione di questo processo.
É qui che, coerentemente al processo di autoregolazione, a poco a poco la sensazione di piacere andrà ad affievolirsi o si tramuterà nel suo contrario, una sensazione spiacevole o dolorosa.
Il meccanismo che ripristina l’equilibrio non è consapevole ed agisce pressappoco come l’attivazione di un riflesso. Inoltre, l’esposizione prolungata allo stesso oggetto della dipendenza, col tempo riduce lo squilibrio sul versante del piacere. Ciò avviene per effetto di un processo ‘di autoregolazione’ chiamato neuroadattamento che diventa sempre più veloce e determina la così detta ‘tolleranza’. Ovvero, l’ago della bilancia piacere-dolore diventa meno sensibile allo stimolo e la persona, per ricercare il piacere provato la prima volta, è spinta a ricercare sempre di più quello stimolo, con quantità sempre maggiori o per un tempo crescente.
Pensiamo, ad esempio, all’ascolto ripetuto di una canzone che ci piace molto e che dopo molteplici ripetizioni potrà non solo non darci più la stessa sensazione piacevole iniziale ma addirittura suscitarci avversione, irritazione, noia; o all’assunzione di una sostanza stupefacente o di alcol di cui la persona sembra ricercarne sempre quantità maggiori per provare a ritrovare il piacere della ‘prima volta’.
Il vero problema è che l’”overdose dopaminica” (e le pericolose dipendenze) da un lato, altera i centri del piacere e riduce la nostra sensibilità a godere delle più semplici ricompense naturali; dall’altro, rende complicato privarsi o allontanarsi dall’oggetto della dipendenza, la cui astinenza determina l’insorgenza di una serie di importanti sintomi corporei (irritabilità, ansia, insonnia, sbalzi di umore, ad esempio). In questi casi, l’astinenza sbilancia l’ago della bilancia a favore del dolore spingendo la persona, ancora una volta e ancora di più, alla ricerca di un piacere/sollievo immediato: eccoci di fronte al meccanismo della dipendenza.
Ma allora, perché cerchiamo oggetti, comportamenti o situazioni che ci allietano con la loro gratificazione immediata se poi ci fanno ricadere in una insoddisfazione ancora più grande?
Gli esempi di questo modus operandi sono sotto gli occhi di tutti: abbiamo un dubbio, chiediamo all’AI, desideriamo acquistare qualcosa, basta un clic e viene consegnato a casa; e altrettanto evidenti, sono il discontrollo e la frustrazione che possono emergere quando qualsiasi cosa si frappone tra il bisogno e la sua soddisfazione immediata.
Ormai la realtà che abitiamo è capace di rendere qualsiasi prodotto sempre più attrattivo, appetibile e disponibile, ma, dall’altra parte, se preferiamo lo schermo di un cellulare ad una conversazione di persona, è responsabilità nostra e occorre interrogarci.
Quindi perché cerchiamo il piacere ad ogni costo?
Lo facciamo per scappare dal mondo, interno ed esterno.
Lo facciamo per scappare da tutto ciò che non tolleriamo.
Scappiamo dalla noia, prendendo il telefono e accedendo ai social: leggiamo qualcosa che ci distrae per qualche minuto per poi tornare a vivere quella noia frustrante che ci spinge ad incappare nel prossimo oggetto ammaliante. Scappiamo dalla sofferenza, stappando una, due, tre...innumerevoli birre che dopo un illusorio sollievo immediato (meglio una mente assente che il rimuginio), ci fa pagare il conto. E scappiamo da un mondo esterno, sempre più complesso e difficile da abitare se non impariamo a guardare l’Altro anche come un ‘amico’ e non sempre un ‘nemico’.
In effetti, alla fine, non abbiamo mica sostituito con le sostanze, il gioco d’azzardo, lo shopping compulsivo, lo smartphone la ricompensa legata alle relazioni con gli Altri?
Forse la verità è che dovremmo imparare a starci con noi stessi, e con gli altri; imparare a stare nella noia ed in quel ‘far niente’ che non è vuoto ma tempo fecondo e creativo che dobbiamo concederci nel giusto equilibrio. L’aspetto che può risollevarci è che nonostante i danni da over-dose, abbiamo ancora la possibilità di recuperare (il ‘recupero’, termine consueto per le persone dipendenti in fase di cura): recuperare innanzitutto del tempo per ascoltarci, nelle nostre emozioni di gioia e nelle frustrazioni e delusioni che ci assalgono; recuperare un modo sano di sperimentare il piacere, che necessariamente ha un inizio ed una fine (un po' come le vacanze che sono belle perché a termine) e recuperare l’incontro con l’Altro, senza per forza né assomigliargli né entrarci in conflitto.
La vera ricompensa, quella che porta ad una gratificazione duratura e consapevole, ha bisogno di tempo; ed ha bisogno di pazienza e con-tatto con sè stessi.